Il Mare di Vho

UNA VOLTA A VHO C'ERA IL MARE...

... si usava dire - un tempo - che c'era il mare: si trattava di un mare più o meno fantomatico, mentre nella realtà l'acqua scarseggiava o, addirittura, mancava. E gli sfortunati abitanti della frazione di Tortona si trovavano alle prese con questo serio e grave problema quotidiano. Già nel corso dell' epidemia di colera dell'estate del 1854 la mancanza di acqua potabile aveva creato gravi problemi, aggravando ulteriormente una situazione già precaria. Ricordo che in quella funesta circostanza il Cholera Morbus fece in paese ben 23 vittime. In una lettera del 23 settembre 1854 inviata al Presidente della Commissione Sanitaria circa i bisogni della Parrocchia, a proposito di quella drammatica emergenza, il Prevosto Don Bajani scriveva testualmente: "Quanto al disinfettare gli abiti, coperte, ect... Finora non si è fatto altro dai parenti dei rispettivi defunti che caricarsi gli oggetti sulle spalle e portarli a Tortona, alla lavanderia, non avendo in paese quasi acqua nemmeno da bere, se non torbida e limacciosa..."

Una ventina d'anni dopo la situazione a Vho non pareva affatto migliorata anzi, la carenza idrica continuava a creare preoccupazione: infatti, pur essendo ancora d'inverno, il livello dell' acqua nei due pozzi del paese si abbassava sempre di più. Ormai i "terrazzani" di Vho dovettero esasperarsi. Le ripetute lamentele presso gli amministratori, rivolte precedentemente, non avevano dato al risultato concreto, così 1° Marzo 1875, carta e penna in mano, il Consigliere Comunale Eugenio Gobbi redigeva il suo esposto da indirizzare alla Giunta Comunale, spiegando "come qualmente nell'attuale critica e ancor rigida stagione gli abitanti si trovano privi di acqua per uso alimentare, sebbene esistanvi due pozzi con una fontana", precisando che "i pozzi sonosi in questi giorni prosciugati e la fontana per la sua non poca lontananza dal paese e la pessima e ripidissima strada", non riusciva facile da raggiungere. In tale emergenza, continuava l'esposto, "la popolazione si trovava costretta ad utilizzare l'acqua ricavata dalla neve caduta non ha molto, la quale ormai volge alla fine". In così grave circostanza agli esponenti non restava altro che chiedere alla Giunta Comunale di prendere in seria considerazione "l'oggetto del loro esposto e dare al più presto quelle savie ed energiche disposizioni che crederà più speditive e benvise nell'interesse dei sottoscritti".

Sopra è il «Mare di Vho» in una foto ormai storica (1915). La vasca era divisa in due parti da un muro: nella prima, alle spalle delle persone ritratte, venivano raccolte le acque piovane e gli scarichi provenienti dalle strade del paese e quindi venivano decantate. Quando la vasca era colma si apriva una paratia e le acque più chiare fluivano nell'altri vasca e servivano per abbeverare il bestiame o per fare il bucato. Invece il liquame sedimentato nella prima vasca - di spettanza della Confraternita del SS. Sacramento - veniva utilizzato come fertilizzante. Le persone ritratte nella fotografia: i tre bambini che fanno capolino a destra sono Giovanni e Quinto Castellano e Giuseppe Rossella. Al centro, sul muro divisorio, il parroco di Vho, don Moglia, che ha retto la parrocchia dal 1910 al 1959, tra alcuni «campari» del Comune e il banchiere Giovanni Giroldo.


CINQUANT'ANNI FA SE NE DECRETO' L'INTERRAMENTO...

«Una volta a Vho c'era il mare ...». Sembra l'inizio di una favola che si raccontava ai bambini quando ancora non conoscevano Mazinga, Batman e parenti vari. E in effetti sul mare di Vho tanto si è favoleggiato, e questo frammento di mitologia nostrana era diventato anche il pretesto per canzonare bonariamente i simpatici ed innocenti vicini frazionisti. Ma perché una storia del genere proprio a Vho e non, per esempio, a Rivalta o a Passalacqua, vicine allo Scrivia e, quindi, in condizioni geografiche più favorevoli per affacciarsi su qualche laghetto? La risposta non dovrebbe essere molto difficile da trovarsi: cerchiamo allora di scoprire o, meglio, ricostruire, sulla base di fatti e indicazioni disponibili, di che cosa si tratti.
Anzitutto si sa che da tempo antichissimo a Vho esisteva un castello - di cui oggi ancora si leggono le tracce inglobate in alcune costruzioni del centro del paese - appartenente, pare, alle famiglie nobili dei De Vho e poi dei Zenone. Come ogni maniero che si rispettasse era circondato da un fossato, ed un ponte levatoio dava accesso all'arco d'ingresso. Parte del fosso - chissà da quanto - fu interrato e se ne conserva tuttora il ricordo nel toponimo «Via del Fosso». Una parte, invece, fu risparmiata e, col passar del tempo, si andò sempre più restringendo (o riempiendo! per l'apporto di detriti, tanto da diventare, nelle relazioni ufficiali, uno stagno, un fossato, una buca, anche se continuava, ostinatamente, ad essere chipmalo «mare».
C'è in proposito un eccezionale documento fotografico, datato 5 settembre 1915, che ritrae la fumosa vasca contornata da tanta gente: bambini in primo piano, che scrutano curiosi nell'obiettivo del fotografo, il parroco, don Angelo Moglia, con alcuni soldati e, più in distanza, altre persone in un simpatico bozzetto di vita paesana di un tempo. L'immagine delle persone è solo debolmente e parzialmente riflessa sull'acqua e questo già ci dice che probabilmente si trattava di acqua non troppo pulita.

Tuttavia gli abitanti di Vho avevano sempre dimostrato un particolare attaccamento al fosso (o mare che sia). È Furio Valenti, in un pregevole articolo apparso sul «Popolo Derthonino» poco più di un anno fa, a ricordarci lo stretto rapporto che legava il Mare di Vho ai suoi abitanti, dai giovani agli adulti. Per i primi era un luogo di trastullo, dove essi si recavano d'estate, a sentire rane e rospi gracidare, o d'inverno, quando gelava, a pattinare o fare la «sghia-reùla» sul ghiaccio, mentre gli uomini, al tempo della vendemmia, vi immergevano le bigonce a gonfiare per renderle impermeabili e pronte per la pigiatura. Le donne di casa, poi, vi si recavano a fare il bucato.


UNO STAGNO IMMONDO E INSALUBRE

Invece, per i responsabili dell'igiene pubblica era, tout court, acqua sporca, maleodorante, pericolosa per la pubblica salute, insomma «un deposito di luridume». Per questo l'Amministrazione comunale di Tortona da tempo pensava di eliminare quella bruttura, ma aveva sempre incontrato una forte resistenza a causa della «miseria idrica» della frazione, per cui quell'acqua era ugualmente utile e preziosa.
Fu cosi che quando a Vho, nel corso degli Anni Venti, fu portata l'acqua potabile quella buca, a detta degli amministratori, non aveva più ragione di esistere, anzi, quella zona doveva essere risanata, anche a costo, come aveva dimostrato l'ing. Pugno, responsabile dell'Ufficio Tecnico, di un pesante impegno finanziario.
E cosi il 6 giugno 1929 l'Ufficiale Sanitario di Tortona si recava un'altra volta nella nostra frazione collinare e al rientro stendeva una circostanziata relazione. Già in passato il suo ufficio si era occupato delle gravi minacce alla pubblica salute «causate da quello stagno immondo che raccoglie tutti i colaticci di Vho». Senza mezzi termini ricordava che il liquame veniva usato per l'abbeveraggio del bestiame e, quello che era peggio, per la lavatura degli indumenti. Inoltre risultava che la parrocchia aveva il diritto all'uso del fondarne come sostanza fertilizzante. «Ora che l'impellente bisogno idrico fu sopperito colla conduttura d'acqua potabile - concludeva il rapporto dell'Ufficiale Sanitario - e che le nozioni sanitarie sono popolarmente intese ed amministrativamente seguite, non vi è dubbio che il provvedimento di togliere quel fomite di infezione, di inquinamento e di fetore, richiede una immediata applicazione».
Una simile, cruda relazione (che oggi avrebbe immediatamente messo in allarme anche il più tollerante degli ecologisti) dovette aver fatto sobbalzare sulla sedia il sindaco (pardon, il Podestà) di allora, avv. Boragno, in un periodo in cui salvare l'immagine era molto importante. Se i suoi predecessori si erano dimostrati scarsamente sensibili al problema, egli non poteva più soprassedere e, con maggior coraggio di chi l'aveva preceduto, decise di affrontare e risolvere una volta per sempre l'annoso problema.
Ma quando il Parroco di Vho, don Angelo Moglia, intuì che qualcosa si stava muovendo, si affrettò a rivendicare, tramite l'avv. Celso Cantu, la proprietà della buca, a nome della Compagnia del SS. Sacramento, a cui essa apparteneva, documenti alla mano, fin dal 1709.


PER UNA MULTA DI 19 SCUDI

Infatti in quell'anno accadde che gli uomini di Vho si erano rifiutati di «aiutare la Giustizia per andare a Sprezzano», e cosi essi furono condannati a pagare una penalità di 19 scudi. Nor è che quelli fossero tempi floridi: tre anni prima Tortona aveva subito un pesante assedio, ed inoltre il 1709 passò alla storia come un anno particolarmente triste. «Pane e povertà - Gran freddo e nudif Guerre per tutti - Malanni e morte», si legge in calce ad una vignetta risalente a quegli anni. Stando cosi le cose gli uomini di Vho non disponevano della somma necessaria per pagare la penalità imposta. Fu così che si rivolsero alla Confraternita che diede loro in prestito i 19 scudi, ma in pegno ottenne il fossato dagli uomini di Vho. Da allora la Compagnia del SS. Sacramento «percepì, in diverse epoche, fitti e canoni per lo spurgo del fossato ed ancor recentemente ebbe ad incassare un provento per la detta causale».
L'autenticità dei documenti presentati era contestata dagli uffici comunali i quali, tuttavia, nonostante attente ricerche nei registri comunali del Catasto, non trovarono chi fosse il possessore del fossato e de! terreno adiacente. Pertanto si dovette tenere per buona la documentazione prodotta dalla Confraterniia di Vho.
Finalmente, nella seduta del 25 gennaio 1930, il Podestà portava all'ordine del giorno la «Convenzione col Rev. Parroco di Vho per la sistemazione del cosidetto 'Mare di Vho'». Egli informava che da tempo immemorabile esisteva un fossato (a quel tempo molto ristretto per l'immissione di terra e di rifiuti fatta dagli abitanti) che, essendo ricettacolo di tutti gli scoli immondi dell'abitato e di tutti i rigagnoli alimentati dalle eccutenze delle acque piovane e potabili, ed avendo una certa profondita, costituiva un danno ed un pericolo per l'igiene e per l'incolumità delle persone. Perciò - continuava il Podestà - era necessario sistemare la località con riempimento del fossato, pericoloso e nocivo all'igiene, con esecuzione di opere per lo smaltimento delle acque che prima vi si scaricavano, e con la costruzione di un abbeveratoio per il bestiame, senza privare la Venerabile Confraternita del S.S. Sacramento del modesto provento derivato dallo spurgo del fossato. Inoltre, in considerazione del fatto che nella spesa di sistemazione avrebbero concorso e con «comandate» e con danaro gli abitanti della frazione, l'onere per il comune sarebbe stato molto tenue.
Perciò nel corso di quella seduta podestarile fu deliberato di assegnare alla Confraternita del S.S. Sacramento di Vho, a tacitazione di ogni evertutile diritto d'uso o d'altro genere, del fossato detto «Mare di Vho» (dallo spurgo del quale essa ricavava saltuariamente un modestissimo provento) un certificato di rendita del Debito Pubblico Italiano del valore nominale di L. 300. Inoltre il Comune di Tortona si riservava di studiare i mezzi e le modalità più adatte per eseguire i lavori di sistemazione del fossato e di costruzione dell'abbeveraoio del bestiame, dando incarico all'Ufficio Tecnico Comunale di preparare un progetto ed un preventivo di spesa, su cui si sarebbe deliberato nelle successive sedute del Consiglio Comunale.


UN MARE DI PROMESSE

Realizzata, quindi, la questione proprietà, ci si rimboccò le maniche per dare l'avvio ai lavori. L'Ingegnere Capo compì sopralluoghi ed elaborò relazioni, progetti e preventivi di spesa sui lavori da eseguirsi, che non potevano limitarsi - come fece osservare - al riempimento della buca, ma occorreva anche provvedere allo smaltimento di tutte le acque che prima si scaricavano nella fossa stessa, poi lentamente tracimavano e scendevano a valle. «Se non si provvedesse a creare uno sfogo a dette acque, esse si riverserebbero con violenza lungo i fossi e creerebbero erosioni e straripamenti dannosi, che potrebbero provocare proteste da parte dei terrieri latistanti». La soluzione era un «regolatore» cioè una grossa vasca, coperta da volta, di metri 10 per metri 10 per 3 di profondità, che servisse anche da raccolta delle acque per il bestiame e fosse disponibile in caso di incendio. In particolare, per quanto riguardava l'utilizzazione dell'acqua raccolta per abbeverare il bestiame, occorreva costruire un apposito bacino a lato della vasca con rampa d'accesso. In particolare la sistemazione avrebbe comportato una spesa di lire 19 mila. «A completare l’opera - osserva l'ingegnere - si potrebbe costruire un piccolo lavatoio, alimentato dalla tubazione dell'acqua potabile, con un'ulteriore spesa di lire 10 mila».
invece i vhoesi non ebbero niente di tutto questo. Si provvide solo a interrare lo «storico» mare, consegnando alla frazione un vasto spiazzo in cui i bambini anziché trastullarsi con buchette o bigonce, si incontravano per dare i proverbiali quattro calci al pallone, e i giovani si davano convegno per il gran ballo nel «baraccone» in occasione della festa patronale.
E il mare continuava a sopravvivere nella memoria dei più anziani e nelle battute dei tortonesi.

Note a cura di Armando Bergaglio